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DOI 10.1702/3129.31111 Scarica il PDF (59,9 kb)
Assist Inferm Ric 2019;38(1):53-57



Donne, scienza, medicina, sanità

A cura della Redazione


Summary. Women, science, medicine, health care. Underrepresentation of women at the higher ranks of medicine and science is well established worldwide. Career advancement of female scientists is reported to be adversely affected by gender disparities, salary, and grant application review processes. Flagrant examples of abusive and discriminatory treatment continue to emerge and Lancet dedicated an issue on women in medicine seeking to address some confronting topics, avoiding the logic of rhetoric and discussing with examples and proposals how some of the problems of equity and social justice towards women could be addressed.


quadro di riferimento

Proseguendo nella sua politica editoriale di proporre periodicamente scenari di riflessione, raccomandazioni, stimoli di ricerca su aree della medicina e della salute pubblica, che sono più esposti al rischio di frammentazione e dispersione di attenzione, nella lettura e nelle pratiche, il Lancet del 9 febbraio ha dedicato un numero speciale alla situazione femminile nella medicina. L’invito a leggere è ovvio, data la rarità di una attenzione di questo tipo nella letteratura medica (e forse anche infermieristica…). È chiaro infatti che nel contesto generale che ha visto movimenti massicci di donne – in tutto il mondo, dall’Argentina, al Brasile, agli USA, all’Italia, ai Paesi Arabi, Africani, dell’Asia… – prendere la parola per denunciare il vuoto di un diritto al femminile in tutti i campi – dalla violenza impunita, alla discriminazione e alla diseguaglianza nel lavoro e nei salari, all’invisibilità nel quotidiano delle mansioni non retribuite e fondamentali nel prendersi cura della vita – la sanità rischia di rimanere un’area arretrata di presa di coscienza e di mobilitazioni capaci di produrre cambiamenti.
È altrettanto chiaro che ci si trova di fronte allo snodo di civiltà più antico e difficile tra i tanti che si vivono in un tempo di crisi anche dei modelli fondamentali di sviluppo e di democrazia sostanziale e non solo affermata. Le sfide ed i tempi che si propongono sono per il lungo periodo, ed esigono oltre che la ripresa di una prospettiva radicale, come quella, che ormai decenni fa, è stato il femminismo (quale che siano le interpretazioni che ne sono state date, a livello di elaborazioni teoriche e le pratiche), sperimentazioni estremamente differenziate che sono tanto più necessarie, quanto più devono essere a misura della imprescindibile varietà delle domande e dei bisogni che non possono essere cancellate dalle pretese di soluzioni globali e calate dall’alto.
Benvenuto dunque questo sforzo di una rivista che fa opinione per indicare nella medicina una delle aree prioritarie per questa sperimentazione. La proposta di alcuni estratti, inevitabilmente parziali, dai contributi più generali del numero, può dare una prima idea delle buone intenzioni degli editori della rivista (Riquadro 1). Una stratificazione dei tanti contributi per aree tematiche (Riquadro 2) contribuisce ad identificare (parzialmente, perché sono più di 300 le proposte arrivate da ogni parte nella preparazione del numero speciale) alcuni degli snodi più evidenti ed urgenti che si possono documentare nella realtà attuale.








genere e salute globale: un’imperdonabile fallimento globale

L’OMS ha identificato le 10 minacce alla salute globale nel 2019. Sorprendentemente l’inequità di genere non è una di queste. Non è solo l’OMS ad aver sbagliato ad escludere donne e ragazze dalla lista di priorità dei pericoli, ma è l’intera comunità ad aver abdicato la responsabilità di ottenere giustizia di genere in sanità. Questa situazione è strana data la vastità di prove che legano l’inequità di genere ad una cattiva salute, ed il mandato, come definito nel Sustainable Development Goal 5 (SDG 5) è chiaro. La comunità sanitaria globale non ha, ma deve, fare del SGD 5 una parte indispensabile del suo lavoro per garantire una vita sana a tutti. Impedire tutte le forma di discriminazione contro donne e ragazze. Eliminare tutte le forme di violenza contro di loro, tutte le abitudini dannose (ad esempio i matrimoni forzati). Riconoscere e valorizzare il lavoro domestico non pagato. Assicurare la piena partecipazione delle donne ed eguali opportunità per la leadership in tutte le parti del mondo. Assicurare l’accesso universale ed i diritti alla salute sessuale e riproduttiva. Attuare le riforme per dare alle donne eguali diritti alle risorse economiche. Migliorare l’uso delle tecnologie per promuovere l’emancipazione delle donne. Ed infine, adottare leggi e politiche per promuovere l’equità di genere. Raramente, forse mai, questi principi sono stati considerati prerequisiti essenziali per la salute. Vale la pena domandarsi: perché no? Nel maggio del 2018 il Lancet ha lanciato la sua Commissione sulla salute sessuale e riproduttiva e sui diritti per tutti: 200 milioni di donne che vogliono evitare una gravidanza non hanno accesso alle forme moderne di contraccezione; 30 milioni di donne non partoriscono in centri sanitari; 45 milioni di donne non hanno accesso, o lo hanno inadeguato, alle cure prenatali; 25 milioni di donne ogni anno abortiscono in modo non sicuro; una su tre ha avuto una violenza sessuale. Più di 1 milione di donne ogni anno muore per cancro della mammella, della cervice, dell’ovaio o dell’utero. […] Qualcosa è andato storto nella salute globale. Il genere è stato un tema importante nell’epoca dei Millennium Development Goals ma con un’ottica limitata alla salute di donne, bambini e adolescenti. È ora di considerare gli uomini responsabili di questa regressione. Dato il loro ruolo politico e di potere, sono (siamo) responsabili della difesa dell’equità di genere. Troppo spesso non lo facciamo. L’inquinamento, le modifiche climatiche, le malattie non comunicabili, il rischio di pandemie, i contesti di fragilità e vulnerabilità, le resistenze antimicrobiche, Ebola ed altri microrganismi pericolosi, la debolezza delle cure primarie, le resistenze alla vaccinazione, dengue e l’Hiv. Questi temi sono importanti, ed è comprensibile che l’OMS li abbia identificati come pericoli nel 2019. Come ha affermato Gro Harlem Brundtland (precedente direttore generale dell’OMS) la povertà ha il viso di donna. La nostra salute dipende dall’approccio di genere. Gli uomini devono fare di più per evidenziare l’importanza del genere per la salute globale, per ascoltare, coinvolgere, sostenere e creare le condizioni per favorire lo sviluppo delle donne. Il fatto che a livello collettivo non lo si faccia è un ignobile sfregio per la nostra comunità.

Horton R. Offline: Gender and global health – an inexcusable global failure. Lancet 2019;393:511.


per guardare avanti

Il punto di partenza può sembrare di parte, ma è di fondo, e rimanda ad un contributo che in questo numero di AIR che parla di metodologia (p. 43). Uno sguardo, fattuale, al dossier di Lancet scorre-vede-constata-si stupisce per una evidenza di assenza. Si parla di donne (sono complessivamente il 64% del mondo sanitario, ma una minoranza tra chi prende decisione strategiche), con qualifiche, mansioni, ruoli di medico, di ricerca, volontariato, attivismo. Il mondo infermieristico non c’è. Assenza tanto più marcata, quanto più è noto che è proprio in quel mondo che si vivono più da vicino le esperienze di discriminazioni legate al sesso, nello sviluppo di carriere e, più a fondo, nell’immaginario del lavoro e della società. Non è certo qui il luogo-occasione per sottolineare i tanti passi avanti che sono stati compiuti in questi anni, né per lamentarsi del come e perché di questa assenza. Si ritrova semplicemente la regola generale che vige nella società: la discriminazione maschile riproduce il suo potere all’interno di una area come la sanità che è nelle sue gerarchie e nelle sue scelte prioritarie, uno dei bastioni e delle espressioni più consolidate di una realtà organizzativa e culturale che privilegia la logica del top down, anche se afferma (paradossalmente sempre di più) la priorità del prendersi cura, dell’accoglienza, del rapporto personale. La professione infermieristica che è quella che è nata e si forma come competente nella vita della persona, subisce più delle altre la pressione di modelli di sostenibilità dove le persone contano infinitamente meno delle variabili economiche. Valgono per la loro situazione le parole che hanno mobilitato (contemporaneamente al numero di Lancet, e di questo numero di AIR) le folle che hanno percorso le città non solo italiane per i migranti: PEOPLE: prima le persone!.
E non per nulla il dossier di Lancet, nel suo percorso di rilettura al femminile della sanità, tocca solo di striscio, la dipendenza dei modelli medici della sanità dai modelli di società che vedono nella diseguaglianza economica e sociale un destino, e non una malattia per la quale cercare una risposta con una priorità ben più rilevante di quella che è riservata, nella ricerca e negli investimenti, alla medicina di precisione o all’intelligenza artificiale.
E si potrebbe, anzi si deve, estendere lo sguardo proposto per l’assenza infermieristica all’assenza (se non per un contributo) dall’approccio femminista (giustamente sottolineato da Lancet) dell’universo delle donne che, soprattutto in quel mondo globale dei paesi a basso reddito, rappresentano, poco o nulla riconosciute dal mondo medico e dalle organizzazioni internazionali, l’unica risorsa al servizio della vita-salute, come promotrici e responsabili delle cure primarie.
Si è detto, e vale la pena ripeterlo, che lo ‘sguardo metodologico che scopre-constata’ le due assenze sopra sottolineate non ha come obiettivo un elemosinare una attenzione: con un nuovo numero, di Lancet o di una rivista infermieristica, che rimedi alla oggettività dell’assenza, magari denso di affermazioni di principi e di raccomandazioni.
L'ultimo numero 2018 di AIR (già citato in questo 1/2019) ha proposto un primo metodo per ritrovare, ripensare, rafforzare una identità professionale in un mondo cambiato. Con due indicazioni principali:
a) costruire mappe indipendenti e disincantate, molto realistiche e contestualizzate, dei bisogni inevasi dove una specificità infermieristica deve essere sperimentata: con esperienze concrete, multicentriche, che abbiano come oggetto la produzione, per approssimazioni successive, di ‘strategie’ di cura e presa in carico, al di là di tecniche e pratiche puntuali.

Queste sono:
a) imprescindibili, ma non sufficienti per sviluppare scenari ed operatività a misura, ed eventualmente in contrasto, con le sempre rinnovate pressioni a favore della efficienza gestionale, là dove questa è a rischio di produrre o di fatto produce in-effettività di presa in carico delle persone, ed ancor più delle marginalità.
b) sviluppare culture, conoscenze, progetti che stabiliscono alleanze con le realtà che nella società cercano di sviluppare condizioni di autonomia decisionale, di democrazia nella gestione della vita, di presa in carico dei determinanti del disagio del vivere che si traducono anche in dipendenza, per malattia, inabilità solitudine.

Di fronte alla autorevolezza del grande lavoro di ‘visione complessiva’ proposto da Lancet, è molto evidente che queste proposte di minima possono apparire come una banale riproposizione di buone intenzioni. Ma può anche essere vero che il cammino immaginato per e dall’interno del mondo infermieristico può essere un modo concreto, femminista – in stretta dialettica alleanza con quel maschile che riconosce un dovere complementare di farsi cura delle diseguaglianze, discriminazioni, gerarchie violente anche se contrattualmente legali e difficili da cambiare – di fare passi concreti in una direzione che interessa, con la stessa priorità, la professione e la società in cui deve esprimersi.

Il Pensiero Scientifico Editore
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