La grammatica della piazza

A cura della Redazione


Summary. The grammar of the squares. The yearly celebration of the international day against gender violence has been transformed in Italy, because of a particularly dramatic assassination of a young woman into a country-wide ‘invasion’ of the squares of the big and small cities and communities. Among the many comments and reports, a well-known young woman writer has produced a stimulating reflection which is especially suggestive as a methodological contribution for many aspects of nursing research. To understand, describe, look for changes of scenarios and values of life which are the expression of deep and contradictory components of the culture of a society, general principles and neutral roles of observers (so often advocated as normative rule for the production of knowledge) can be profoundly misleading. Only a direct, highly participatory, emotional involvement in the reality could be the appropriate methodology: a grammar and languages generated from and within the places, the times, the revolt, the desires of the collectivities who are involved.


Key words. Participatory research, patient and public involvement.


Il testo che qui si riproduce è stato pubblicato a commento della bellissima invasione delle piazze italiane per fare della Giornata Internazionale contro la Violenza di Genere un grido che ripetesse quel ‘Mai più’ che era stato l’impegno della comunità internazionale di fronte alle evidenze della Shoah. Ci è sembrato opportuno porre un testo così ‘diverso’ in una rubrica che si propone come promemoria di rigore nella ricerca, perché il suo titolo, che riassume perfettamente il contenuto, è veramente centrale per la professione infermieristica (la cui identità di ricerca è oggetto in questo numero nell’editoriale).

C’è un bisogno enorme, oggi soprattutto (e anche la letteratura internazionale più qualificata lo ripete sempre più insistentemente), in tempi che cambiano drasticamente gli scenari dei diritti umani, dentro e fuori la sanità, di ridare alle dichiarazioni di principio, alle raccomandazioni, alle regole generali dettate dall’alto una credibilità che può solo venire dal rispondere ai bisogni reali. Questo passaggio è un salto culturale: non è una innovazione o una riscoperta metodologica. E la realtà infermieristica è centrale in questa trasformazione, dovendosi confrontare con parole che sono ad altissimo rischio di essere fake news, come comunità, prossimità, continuità assistenziale…

Sarebbe molto bello, e un augurio grande, se questa ‘grammatica’ divenisse parte del linguaggio e dello sguardo di tutta la metodologia infermieristica. Si continuerebbe anche così quell’ascolto al camminare delle donne come promemoria di un mondo nuovo che un anno fa ricordava (e che continua a ricordare) con le donne iraniane: Zan, Zendegi, Azadi (Donna, Vita, Libertà).1


“Una volta, da bambina, camminavo con mia madre e incontrammo di faccia un corteo. Mia madre salutò i manifestanti, con ampio cenno del braccio. Me lo ricordo perché mi imbarazzai, lei mi disse: si fa così, se non puoi partecipare li saluti. E significa «avrei voluto». Imparavo la grammatica della piazza.

Quello che ho visto ieri (alla manifestazione nazionale contro la violenza maschile di Roma, ndr) è stato questo: un reciproco apprendimento. Giovani imparavano dai vecchi, vecchi dai giovani. Una signora sulla settantina con un cartello: «Voglio starci oggi, non voglio aspettare la tomba». E ragazzi che imparavano dalle ragazze. Moltissimi ragazzi, forse i più commoventi erano loro. Giovani con la barba non ancora del tutto spuntata e quella voce cavernosa e bassa dei maschi che l’hanno cambiata da poco e che gridavano: «Siamo l’urlo altissimo e feroce di tutte quelle donne che non hanno più voce».

Ci ho pensato, come sarebbe bello se fosse sempre così, come sarà bello quando sarà vero.

E poi i bambini, immediatamente figli di tutti, che si sono trovati in questa che per loro era una inaspettata festa. Che imparavano la grammatica della piazza.

«Quante persone ci saranno?» ci siamo chieste quando il Circo Massimo era colmo. «Non lo sapremo mai, ma più di quelle che mi aspettavo» era la risposta, in cui c’è la totale sfiducia verso chi ci conta e una rinnovata meraviglia nell’esserci. E dalla meraviglia nasce la speranza.

Alcuni segni che non potevano non farci piangere.

Una corona d’alloro listata di rosso portata da un ragazzo appena laureato, che appariva come un segno funebre. Un cartello, diviso per mesi: macabro calendario con i nomi delle morti per femminicidio. Un papà per mano con suo figlio cieco. Uno striscione: «Ci volete sepolte ma non sapete che siamo semi». E quel miracolo che si compie ogni volta che una piazza risponde, per civiltà, per sentirsi umani, parte di una comunità che si rispetta. Che tutti diventano pari (non uguali, ma pari), che tutti si danno del tu, si sorridono, sono accorti l’uno verso l’altro. Che scompare la prevaricazione e nasce la sorellanza, la fratellanza.

È la grammatica della piazza: il contrario di quella esercitata nei dibattiti televisivi, il contrario di quella che funziona sui social.

Questa è la piazza che hanno cercato di smontare, di depauperare, questa è la piazza che hanno temuto, un posto dove ognuno portava la propria istanza semplice, sacrosanta, in nome di tutte e tutti e anche di chi non c’era e avrebbe voluto esserci. Perché tutte vuol dire tutte, non vuol dire un’altra cosa.

In treno, all’andata, una bambina aveva scritto su un A4 «Contro la violenza». Il papà con un segno rosso sulla guancia ha corretto: «Sulle donne», e la bambina «ma è uguale, papà». È così ognuno ha portato il suo segno, il foulard dell’Anpi, il gagliardetto di un liceo, le stampelle.

Dai balconi la gente salutava i manifestanti e io sapevo che si faceva così. «Per una volta che mia madre scende in piazza non la vedo», faceva un ragazzo armato di telefonino. «Sai quante volte tua mamma è scesa in piazza e tu non lo sai?», lo ha aiutato a comprendere una signora. «Da quando mi ricordo io, mai». «E chiediti perché». E lui ci ha pensato. Ecco, la madre era tornata in piazza, da qualche parte il figlio la aspettava per scattare una foto, per incontrarsi ancora oltre i generi e le età, in quella grammatica comune: l’unica su cui può fondarsi una società che voglia dirsi tale”.


Questo articolo di Valeria Parrella è stato pubblicato sul Manifesto del 26 novembre 2023.



BIBLIOGRAFIA


1. Tognoni G. Zan, Zendegi, Azadi - Donna, Vita, Libertà. Assist Inferm Ric 2022; 41: 158-60.